Eliza Feru, 29 anni, morta a Gualdo Tadino nel gennaio 2025.
Laura Papadia, 36 anni, morta a Spoleto nel marzo 2025.
Ilaria Sula, 22 anni, ternana, morta a Roma nel marzo 2025.
3 le donne umbre morte dall’inizio di quest’anno per mano di uomini che dicevano di amarle. Una media di un femminicidio al mese. Mai il fenomeno si era verificato così di frequente in passato. 3 giovani donne uccise dai loro compagni, mariti, uomini a loro vicini.
L’associazione “Non una di meno” ha manifestato nelle piazze anche in occasione degli ultimi omicidi delle due donne umbre. Quante parole vengono spese ad ogni nuovo caso, quante parole vane e inutili sono state dette, per circostanza, in occasione di ricorrenze comandate (quali 8 marzo, 25 novembre) e quante in occasione dei funerali dell’ennesima donna uccisa.
Uccisa da una cultura permeata di latente patriarcato (ebbene sì, accettatelo, di questo si tratta), che, silenziosa, continua a sopravvivere. Le parole di circostanza a poco servono e i fatti lo dimostrano.
Se non cambi qualcosa nulla cambia. E di questo fare nulla ne subiamo i fatti fino alle estreme conseguenze.
Per quanto a livello nazionale, secondo il report del Ministero dell’Interno sugli omicidi volontari e la violenza di genere del primo trimestre dell’anno, i dati mostrano una flessione, a livello regionale invece la situazione è in grave peggioramento come purtroppo testimoniano i fatti degli ultimi giorni.
“Analizzando gli omicidi del periodo 1° gennaio – 31 marzo 2025, rispetto a quelli commessi nell’analogo periodo dell’anno precedente, emerge che il numero degli eventi è in diminuzione, da 80 a 57 (-29%), come pure è in calo il numero delle vittime di genere femminile, che da 26 scendono a 17 (-35%). I delitti commessi in ambito familiare/affettivo, fanno rilevare un decremento sia nel numero di eventi da 38 a 25 (-34%), che nel numero delle vittime di genere femminile che da 23 passano a 14 (-39%). Altresì sono in diminuzione, rispetto allo stesso periodo del 2024, il numero degli omicidi commessi dal partner o ex partner, che da 17 diventano 13 (-24%), così come quello delle vittime di genere femminile che da 13 passano a 10 (-23%).” Leggi il report completo qui.
Oltre alle parole di circostanza ci sono anche quelle inutili, fuori luogo e strumentalizzanti dette da una delle più importanti cariche politiche del nostro Paese.
“Alcune etnie hanno sensibilità diverse sulle donne“. Così si è espresso il ministro della Giustizia Nordio. Continua affermando che: “E’ illusorio che l’intervento penale, che già esiste e deve essere mantenuto per affermare l’autorità dello Stato, possa risolvere la situazione“. A parte il fatto che l’intervento penale non serve ad affermare l’autorità dello Stato ma serve ad accertare se è stato commesso un reato e a punire chi lo ha commesso, al netto della strumentalizzazione che anche stavolta si è fatta dell’evento per riportare alla luce questo sempre presente sentimento di intolleranza verso il diverso da sé (la violenza è violenza, qualunque sia la provenienza di chi ha compiuto l’azione e di qualsiasi colore abbia la pelle), è vero però che l’intervento penale non può risolvere la situazione. A dirla tutta l’intervento penale non nasce con lo scopo di essere la soluzione; assume invece il ruolo di tutela della società dalla criminalità, e come strumento utilizza la minaccia di una sanzione penale. È un deterrente, non ne è la soluzione. La soluzione è più complessa, ha radici più profonde, un lavoro più lungo, ampio e strutturato, e lo conosciamo tutti.
Due le azioni da compiere principalmente, e sono correlate tra loro. Serve un cambio di passo a livello culturale e questa azione la devono intraprendere le istituzioni, di ogni tipo, di ogni entità, dalla più piccola alla più grande, dalla più territoriale alla più alta in grado (Ministri compresi). Inoltre il risveglio della coscienza maschile sull’argomento può realmente fare la differenza.
Ce lo spiega bene Carlo Lucarelli, intervistato al Tg3: “Il femminicidio è una piaga sociale ma ancora di più perché noi assistiamo a fatti di questo genere: donne ammazzate in questo modo qui, praticamente una ogni 3 giorni. Sono tante, sono tantissime. Questa è una epidemia e siccome è l’epidemia che dura da sempre, da quando abbiamo memoria, allora diventa una epidemia cronica. È una cosa da affrontare immediatamente. Siamo già in ritardo. Una delle cose da fare è rifletterci tra noi maschi, che ci mettiamo lì e dobbiamo capire per quale motivo anche persone che mai avrebbero avuto in mente di fare del male a una donna sono comunque portatori sani di un virus che fa male alle donne e che fa male alle donne da sempre, da tantissimo tempo. Noi abbiamo un retaggio culturale che va affrontato. Noi siamo comunque un Paese che fino al 1981 aveva il delitto d’onore, vuol dire che io potevo sparare a mia moglie, ma attenzione anche a mia figlia o a mia sorella, se avevano in qualche maniera sporcato l’onore della famiglia o ritenevano tale, dopodiché prendevo delle attenuanti tali che forse stavo in galera due anni; magari tornavo a casa anche con una certa arroganza e dicevo ‘Vedete, io sono un maschio che sa essere un maschio!’. Questo era il problema. Per smontare una dinamica di questo tipo non è che si fa subito però bisogna cominciare, cominciare seriamente. Abbiamo una sensibilità che non è quella dei tempi del delitto d’onore, però non basta. Bisogna che facciamo in fretta, prima che ammazzino un’altra donna fra 3 giorni.”