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Forse non tutti sanno che nella frazione di Cavallara è presente un’emergenza archeologica di epoca romana, un ponte, meglio noto come il Ponte del Diavolo. Si tratta di un ponte posto lungo un diverticolo dell’antico tracciato della Via Flaminia, la cui struttura originaria risale al II secolo a.C. Si presenta con un arco a tutto sesto ed è costruito con blocchi rettangolari, ad imbotto assai profondo e con vestigia d’età repubblicana. È realizzato con conci ciclopici in travertino dalla superficie esterna appena sbozzata. È lungo 14,70 metri, largo circa 3 metri e alto altrettanto. Nell’intradosso dell’arcata, su uno dei blocchi, si può ancora leggere l’iscrizione M.V.S. NC (o forse “V.S. IVC”). Questa iscrizione è, a tutt’oggi, di difficile interpretazione da parte degli studiosi. L’insolito e accattivante nome ha dato origine a molte leggende, o forse il nome ne è proprio la conseguenza. Una leggenda narra che per poter realizzare l’opera i costruttori chiesero aiuto al Diavolo che, in cambio del suo intervento, volle l’anima del primo passante e gli uomini riuscirono a ingannarlo facendo passare per primo un animale. Un’altra leggenda vuole che se una donna veniva chiesta in sposa in ginocchio su quel ponte ella avrebbe avuto un matrimonio bello e duraturo. Tanti sono i “ponti del Diavolo” presenti in tutta Italia e legati a leggende popolari, ma il nostro ha una storia recente molto particolare. Tralasciando le problematiche prettamente storiche legate al suo posizionamento o meno lungo l’originale tracciato della Via Flaminia e all’iscrizione ancora leggibile, la struttura è stata comunque sempre presa in considerazione in passato dalla popolazione locale, tanto che nel corso dei secoli ha subito restauri (come quello alla fine del ‘600, più precisamente nel 1588 che ha interessato la tratta della Via Flaminia, nel 1915 ca. e più di recente nel 1976). Già nel ‘600 si ha testimonianza del suo abbandono per mutamento del tracciato della via ma era posto a riferimento per determinare il confine tra il Comune di Giano dell’Umbria e quello di Gualdo Cattaneo. Pochi sanno dell’esistenza di questa importante opera storica del nostro territorio e quei pochi che ne sono a conoscenza probabilmente non sanno dove è ubicata. Solo un cartello, posto lungo la S.R. 316 all’altezza della chiesa di Santa Barbara in direzione Collesecco, ne indica vagamente la presenza e la direzione da seguire per recarvisi ma da quel punto in poi non è più segnalato. Bisogna prima di tutto specificare che il Ponte del Diavolo si trova sotto la giurisdizione del Comune di Gualdo Cattaneo e non sotto quella di Giano dell’Umbria considerato che questo errore viene purtroppo ancora commesso trovandosi, la struttura, praticamente al confine tra i due Comuni. L’opera di Età Repubblicana si trova a cavallo di un fosso che è diventato un bacino di raccolta di acque reflue e nel tempo è stato sempre più sopraffatto dal verde tanto che questo, nei mesi di maggior vegetazione, cresce talmente tanto da inglobarlo completamente fino a renderne impossibile la visione. Ed è così che un’opera che è in piedi da più di 2 mila anni è finita nell’oblio per la negligenza e la noncuranza delle persone. Nel corso del tempo, e a fasi alterne, qualche folle abitante locale, mosso da un briciolo di coscienza storica (e tra questi folli si ascrive anche alla sottoscritta) ha tentato di portare alla luce l’esigenza di rivalutare questo pezzo di patrimonio storico del nostro territorio, cercando di coinvolgere la popolazione locale e chiedendo alle amministrazioni dei due Comuni, di Giano e Gualdo, un supporto per concretizzare un lavoro di valorizzazione. In un paio di occasioni questo slancio è stato talmente forte che si è arrivati fino agli organi di competenza: la Soprintendenza. Qui la situazione si fa ancora più complessa. La Soprintendenza, che è a conoscenza della presenza del Ponte del Diavolo a Cavallara, ha nel tempo avuto contatti con i privati proprietari dei terreni in cui il ponte si trova a confine. I funzionari hanno richiesto a questi cittadini interventi di manutenzione ordinaria che non sempre però sono e vengono tutt’ora effettuati. Tutto questo perché non è più possibile, o comunque non è più così facile come in passato, effettuare espropri di terreno o realizzare accessi all’interno di proprietà private, anche se si tratta di un interesse pubblico, anche se si tratta di un interesse storico, anche se ci si trova dinanzi ad un’oggettiva inadempienza da parte di questi privati cittadini più volte richiamati, quantomeno ad un dovere civico.

È così che, ormai da decenni, il Ponte del Diavolo vive tra ricordo e oblio, esempio di vera resilienza in quest’epoca in cui si abusa così tanto di questo termine. Infondo la sua storia non è poi così diversa da quella della Villa di Rufione, a pochi chilometri da Cavallara, lungo la S.R. 316 che da Bastardo sale alla frazione di Montecchio. Forse non tutti sanno che circa 20 anni fa iniziarono gli scavi archeologici in un appezzamento di terreno grazie ad un ritrovamento fortuito e riemerse una villa romana, scavata per 500 mq, ma sicuramente più estesa, dove sono venuti alla luce pavimenti mosaicati, pareti affrescate e la vita che vi brulicava all’interno dal I secolo a.C., periodo in cui venne costruita. Ebbene, gli scavi durarono qualche anno fino a che il rubinetto che finanziava i lavori venne chiuso e per salvare il lavoro fatto fino a quel momento, gli archeologi, che per anni vi hanno lavorato, ricoprirono tutto nuovamente con la terra nella speranza di un futuro con menti più illuminate.

Una volta, in merito al nostro patrimonio storico-artistico, sentii questa frase: “Gli italiani, di tutte queste cose, ne hanno pieni gli occhi e non sanno più riconoscerne il valore”. Probabilmente è vero e stiamo facendo di tutto per lasciare un Paese senza più memoria e senza più testimonianze, presi solo dall’hic et nunc.

 

 

*Per l’approfondimento della storia del Ponte del Diavolo e della Villa di Rufione, di cui ho redatto questo breve excursus, rimando all’opera di Felice Santini “Storia di Osteria del Bastardo” 2017.

Sara Trionetti

Sara Trionetti

L’arte e la letteratura mi appassionano da sempre, perciò intraprendo studi classici. L’attaccamento all’Umbria si esprime in ambito accademico con tesi specialistiche legate al territorio, poi in ambito lavorativo, prestando servizio in molti musei della Regione, e infine come guida escursionistica e accompagnatore turistico. Con passione accompagno italiani e stranieri alla scoperta della storia, delle tradizioni, del buon cibo e della natura della mia amata Umbria. I tramonti mi commuovono, il panorama dalle vette delle montagne anche. Le mie giornate sono piene di ore di studio, escursioni con Foresta e sport. Sono cresciuta nel volontariato, attività che ho svolto con impegno e dedizione. Sono una di quelle persone che ha scelto di rimanere perché crede nelle potenzialità di questo territorio.

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