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Questo spazio nasce per dare spazio a tutte le questione che un nostro articolo può sollevare nei lettori, uno spazio a misura d’uomo e non di semplice commento social, per dedicare il giusto tempo ai focus e agli approfondimenti racchiusi nelle domande dei nostri lettori; perché spesso la conoscenza passa attraverso il confronto fra diverse prospettive.

 

Le perplessità sollevate da Giordano e Fabio sono più che legittime e proverò ad affrontarle tutte insieme all’interno di un unico ragionamento. Quando si parla di sviluppo rurale, ovviamente si parla di una fetta molto importante dell’economia della nostra Regione, che come giustamente sottolineato, è fatta di un mosaico di piccoli borghi cinti da aree a vocazione agricola che necessitano di essere sostenute e supportate per consentire ai residenti – sempre meno purtroppo – di continuare a viverci e a svolgere i propri compiti. Compiti che vanno perfino al di là del semplice fornire prodotti agroalimentari, e nel cogliere questa prospettiva probabilmente sta un passaggio chiave per comprendere come si possa sfruttare una PAC senz’altro imperfetta, per dare forma allo sviluppo che si desidera per i nostri territori. La gestione di quel 43% del bilancio complessivo a favore di misure in difesa dell’ambiente, passa per lo più attraverso le forme di pagamento diretto in cambio di impegni ben precisi, chiamati eco-schemi, cioè progetti di sviluppo che per settori ruotano intorno a un’idea. Per quanto riguarda le fasce olivate, 2 su 5 di questi piani d’impegno retribuito sono dedicati in maniera mirata a fornire risorse agli agricoltori che praticano olivicoltura, riconoscendo un premio agli oliveti di particolare valore paesaggistico – praticamente tutti in Umbria – e a quelli lasciati “a sodo” come si dice da noi, cioè con inerbimento perenne. Misure che chiaramente vanno in una direzione diversa da quella meramente produttiva, ma che pensano ad un’agricoltura al servizio dell’ecosistema e con esso del paesaggio. Saper leggere in questo tipo di cambiamenti nell’approccio all’agricoltura, costituisce un passaggio chiave, soprattutto per le tante micro aziende che, alla luce del trend che penalizza gli hobbisti a favore dei professionisti del settore, sono esposte al rischio di perdere i sussidi – la soglia minima per ottenere il pagamento è 300€. Di fronte a uno scoglio però, si possono aprire nuove prospettive; e deve essere la politica a guidare verso il cambio di paradigma. Ad esempio, invece che lottare per consorziare produttori da sempre troppo diffidenti gli uni verso gli altri, si può pensare ad un’attività di mediazione per consorziare “custodi del paesaggio”. Cioè unire tutti coloro che perderebbero il proprio premio a causa di dimensioni aziendali troppo ridotte con il preciso intento di mantenere lo status quo di paesi il cui valore passa in buona parte proprio dall’essere ben coltivati.

Chiaramente per i più grandi sarà sempre più facile sfruttare opportunità di un Piano che, essendo varato su scala europea, tiene conto delle esigenze di tutti i paesi membri, e di certo, quella della frammentazione in una miriade di piccole e medie imprese – spesso anche micro – è una peculiarità tutta italiana che mal si concilia col panorama continentale e quindi è inevitabile che si debbano fare sforzi maggiori per non perdere il treno dei fondi. I quali per altro, come visto, purtroppo sono in calo. Un segnale che di certo non conforta, soprattutto se abbinato al fatto che il settore è uno dei più esposti allo sfruttamento della manodopera per far fronte al crollo tendenziale del saggio di profitto causato dalla congiuntura. Anche in questa direzione, pensare a una politica europea che supporti condizioni di lavoro tutelate per gli addetti del settore e percorsi di formazione dedicati a rendere possibile anche il trasferimento di manodopera qualificata in tutta l’UE, mi sembra molto più di qualcosa in cui sperare. Anche gli sgravi e la rimodulazione delle aliquote Iva di chi incassa al 4% e compra sempre al 22% sarebbe una cosa da sistemare, qui però entrano in gioco gli equilibri del bilancio nazionale, che però come abbiamo modo di vedere in questi giorni, ha tutt’altre priorità.

Andrea Cimarelli

Andrea Cimarelli

Andrea Cimarelli è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di Macerata. Coltiva, la terra per mestiere, l'amicizia per passione, se stesso per vocazione. Già redattore della rivista Ritiri Filosofici, osserva il mondo per comprenderlo e difenderlo. Collabora attivamente con l'hub Territorio e Ambiente della Rete di Civici Per l'Umbria. Favorevole a vaccini, matrimoni gay e 5g.

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