image_pdfimage_print

Quando si parla di agricoltura in Umbria, si parla di un settore che oltre ad impegnare quasi i due terzi dell’intera superficie regionale, con i suoi 403 milioni di euro di fatturato annuo, costituisce quasi il 2% del Pil regionale (leggermente al di sopra della media nazionale). Pertanto, alla luce dei profondi mutamenti previsti dalla riforma Europa 2020 rispetto alla Politica Agricola Comune (PAC) adottata dai membri dell’Unione Europea per il periodo 2014-2020, risulta imprescindibile fare alcune riflessioni.

La natura della PAC

Innanzitutto occorre chiarire una questione preliminare: la PAC si poggia su due “pilastri”, un primo che riguarda soprattutto l’erogazione dei pagamenti diretti, ossia la vecchia “integrazione” che oggi viene comunemente – ma in maniera imprecisa – chiamata PAC, ed un secondo che riguarda lo sviluppo rurale. Oltre a far capo a due fondi di finanziamento differenti (Fondo europeo agricolo di garanzia, Feaga, il primo, e Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale, Feasr, il secondo), la differenza principale si gioca sul piano gestionale. Mentre il regime dei pagamenti diretti agli agricoltori, quindi il primo pilastro, è gestito a livello nazionale ed è comune in tutta Italia, il secondo pilastro, regolato tramite il Programma di Sviluppo Rurale (PSR), ha carattere regionale e cerca di rispondere alle esigenze specifiche del territorio in cui viene applicato. Il presente articolo si prefigge l’obiettivo di andare ad analizzare alcune delle disposizioni contenute nel primo pilastro della PAC, al fine di stilarne un bilancio critico e di tenere conto delle molteplici prospettive che esso apre.

 L’Europa 2020 che funziona

Il primo grande merito che va riconosciuto al nuovo programma di finanziamento del settore agricolo è l’introduzione del cosiddetto “pagamento ecologico” o greening. Questa misura, sostanzialmente, consiste nell’introdurre una serie di vincoli di natura ambientale finalizzati ad un maggior grado di tutela non solo del territorio, ma anche della biodiversità e del paesaggio stesso. Esso infatti si articola in tre passaggi chiave: diversificazione delle colture, mantenimento dei prati permanenti e il riconoscimento di aree di interesse ecologico; e che interessano soprattutto le aziende più grandi. Il primo e il terzo punto infatti, riguardano quelle imprese che investendo maggiormente sui seminativi, quindi su monocolture estensive, rischiano di intaccare gli equilibri dell’ecosistema entro il quale si inscrivono, pertanto, non solo se superano i 10 ettari hanno l’obbligo di diversificare la produzione in almeno due tipi (che diventano 3 oltre i 30 ettari), ma se ne superano 15 devono destinare almeno il 5% dei propri terreni alle cosiddette “aree di interesse ecologico”. Con questo termine si vogliono indicare tutti quegli elementi paesaggistici come siepi, boschi, stagni, che contribuiscono a bilanciare la presenza umana e quella floro-faunistica autoctona. Nella stessa direzione si muove anche il secondo punto, attraverso cui l’UE vincola l’Italia a non abbassare al di sotto del 5% la superficie complessiva di prati e pascoli permanenti. Il 30% dei pagamenti diretti cui un’azienda può ambire dunque, è legato direttamente al rispetto di tali norme, pertanto il segnale che si vuole dare è piuttosto forte. Così come lo è anche la scelta di redistribuire le sovvenzioni in maniera più equa creando dei canoni di riferimento nazionali omogenei, finalizzati a ridurre le discriminazioni regionali che tanto affliggono il nostro paese. Certo, questo va inevitabilmente a discapito di chi percepiva contributi superiori alla media, ma come al solito le lobby dei più grandi non hanno perso tempo ad introdurre la clausola per cui nessuno possa perdere più del 30% di quanto ricevuto prima dell’entrata in vigore della nuova PAC. Un altro bel segnale è quello che viene dato rispetto alla promozione dell’imprenditoria giovanile. Per i giovani agricoltori infatti, al di là delle manovre specifiche adottate dalle singole regioni all’interno dei PSR, è previsto, per i 5 anni successivi al primo insediamento, un incremento dell’importo dei pagamenti di base pari al 25%, come ulteriore incentivo ad investire la propria vita in un settore che proprio in questi ultimi anni sta riscoprendo il suo ruolo imprescindibile per l’economia umana.

 L’altra faccia della medaglia

Alle spalle di questi elementi di forte impatto mediatico però, la nuova PAC cela un secondo volto ben più insidioso, che viene spesso sottaciuto e rispetto al quale nessun addetto ai lavori ha ritenuto opportuno alzare i toni. Sì perché, se Europa 2020 costituisce una svolta epocale nel panorama delle politiche agricole comunitarie, è anche e soprattutto perché con essa si gioca una partita non solo economica, ma politica. E provando a calare le direttive nazionali sul tessuto della nostra cara Umbria, il quadro generale assume tinte ancora più fosche. Nel dicembre 2013 infatti, il Centro Stampa Giunta regionale Umbria ha pubblicato la sesta analisi censuaria del comparto agricolo regionale, ponendo in luce alcune questioni che, se lette alla luce delle nuove direttive, sollevano più di una perplessità. Il nodo principale è sicuramente quello inerente all’innalzamento della soglia minima dei pagamenti diretti agli agricoltori. In Italia erano già escluse le proprietà di superficie inferiore ad un ettaro e gli importi al di sotto dei 100 €, con l’attuazione di Europa 2020 tale limite viene innalzato a 250 € per il biennio 2015-2016, per poi attestarsi a 300 € dal 2017. Il che, in termini pratici, si traduce in un’esclusione dai programmi di sovvenzione per tutti coloro che sono troppo piccoli per rendere produttivo l’aiuto. Un ragionamento che desta più di qualche perplessità, poiché chi, se non coloro che altrimenti rinuncerebbero a continuare la coltivazione dei propri terreni, dovrebbe essere il maggiore beneficiario del sostegno delle politiche comunitarie? Non serve di certo una laurea in agronomia per capire che senza contributo la maggior parte dei piccoli proprietari, spesso costretti a rivolgersi alle maestranze dei terzisti, sarebbe del tutto impossibilitato a mantenere coltivato il proprio campo, se non a patto di rimettere soldi ogni anno. Sì perché la logica dell’integrazione si è imposta proprio per sopperire alla dura legge di mercato per cui il prezzo delle materie prime è letteralmente crollato e soltanto chi può fare forza su grandissime superfici è rimasto in grado di guadagnare sul serio. Solo chi è disposto ad aprire una partita iva agricola o a iscriversi all’INPS come coltivatore diretto può in parte aggirare tale ostacolo ricorrendo ad un indennizzo forfettario denominato “regime dei piccoli agricoltori”, ma risulta evidente che saranno in pochi quelli disposti a seguire tali direttive per un paio di centinaia di euro di aiuti. Così, l’unica reale alternativa che si presenterà a chi non abbia la possibilità di spendere soldi propri e parimenti non voglia lasciare il proprio campo abbandonato, sarà quella di vendere o al più affittare. Soluzione che il più delle volte si traduce nell’ennesima opportunità per le grandi aziende di rimpinguare ulteriormente le proprie tasche già gonfie, a spese di chi è stato messo alle strette da politiche attente solo a non infastidire le lobby principali. L’Umbria è un caso emblematico in tal senso, perché a fronte di una progressiva diminuzione del numero di aziende e della superficie agricola utilizzata, le dimensioni medie delle imprese rimaste tendono a crescere. A fronte di una media regionale di 9 ettari, il 67% delle piccole aziende umbre (si parla di 24234 unità a fronte di 36244 aziende complessive) hanno un’estensione media di appena 1,7 ha, quindi, se si escludono queste realtà per lo più domestiche, ecco che il valore medio delle restanti balza subito a 23,7 ha. Dati che fotografano una situazione ben precisa: il mosaico di piccoli appezzamenti che tanto impreziosiva il nostro territorio sta lentamente cedendo il passo all’affermarsi di una nuova forma di latifondismo. Lettura confermata dal fatto che a fronte di una sempre più evidente moria delle aziende più piccole dal 1982 ad oggi, il numero complessivo di quelle comprese fra i 30 e i 100 ettari è invece cresciuto. Il rischio che si corre con la nuova normativa sulla soglia minima dunque è proprio quello di velocizzare ulteriormente questa ignobile soppressione della diversità. E nonostante all’interno della sua premessa il testo sopracitato riconosca alle piccole aziende «l’importantissimo ruolo di presidio diffuso sul territorio, necessario per arginare lo spopolamento delle zone montane e delle aree rurali più svantaggiate, per tutelare il paesaggio e frenare il dissesto idrogeologico»; parimenti a conclusione del capitolo dedicato alla loro analisi non manca di sottolineare che a causa del loro scarso peso economico non vale la pena elaborare programmi economici dedicati se non nella misura in cui esse fungano da argine all’abbandono delle campagne. Come si può parlare di programmi che mirano a difendere l’identità culturale dei popoli se si lascia che un tratto distintivo come il rapporto dell’uomo con la terra diventi appannaggio esclusivo di grandi aziende che nel rivoltare, seminare, trebbiare e rivoltare di nuovo la terra, esprimono l’unico rapporto con essa di cui sono capaci? Siamo davvero disposti a sacrificare anche quest’ultimo baluardo della nostra identità culturale in nome delle esigenze di mercato? Io non credo, e sono sicuro che anche molti dei lettori di questo giornale saranno d’accordo con me. Allora, forse, anziché continuare ad investire in settori già da tempo inondati di fondi come quello viticolo, che con Europa 2020 si vede riconoscere per la prima volta il diritto a percepire pagamenti diretti per ogni ettaro di vigna, sarebbe il caso di spendere qualcosa anche per permettere a chi ama il proprio territorio di continuare a prendersene cura con l’amore che solo chi sa chiamarlo “casa” potrà mai avere. Perché non c’è da farsi illusione, lo scoglio della soglia minima vale anche in questo caso, perciò, ancora una volta, si rischia che i principali beneficiari siano i titolari di quelle grandi cantine che oltre ad aver avuto già molti aiuti, probabilmente sono anche fra quelli che ne hanno meno bisogno.

Prospettive

Con la logica del divide et impera, i Romani hanno costruito uno degli imperi più grandi della storia; chissà che con le dovute proporzioni la nuova PAC non possa aiutarci a riflettere proprio in questa direzione. Sì perché, a ben vedere, è proprio sulle divisioni, che si gioca la partita. Finché i piccoli produttori continueranno a rimanere divisi, sarà sempre più difficile resistere alle pressioni delle grandi aziende e delle politiche che tengono conto solo dei vincoli di bilancio. Occorre riscoprire il valore e il piacere della cooperazione per uscire da tale impasse. Occorre tornare a cercare nel vicino un amico e una risorsa. Creare piccole società all’interno delle quali ognuno abbia il proprio ruolo e il proprio compito potrebbe permettere non solo di superare le sfide che ci propone la nuova PAC, ma anche di riscoprire un elemento fondamentale della nostra tradizione contadina: la cooperazione. Se è vero, come sosteneva Aristotele, che l’uomo è un animale sociale, questa è senz’altro una delle occasioni migliori per darne la prova; perché spesso è solo resistendo che si può continuare ad andare in avanti.

Andrea Cimarelli

Andrea Cimarelli

Andrea Cimarelli è laureato in Filosofia all'Università degli Studi di Macerata. Coltiva, la terra per mestiere, l'amicizia per passione, se stesso per vocazione. Già redattore della rivista Ritiri Filosofici, osserva il mondo per comprenderlo e difenderlo. Collabora attivamente con l'hub Territorio e Ambiente della Rete di Civici Per l'Umbria. Favorevole a vaccini, matrimoni gay e 5g.

Leave a Reply