Lo scorso giovedì 19 febbraio, presso la Sala della Delegazione di San Terenziano, si è tenuta l’assemblea costituente del comitato Società civile per il No, un raggruppamento informale di cittadini, esponenti dell’associazionismo e del mondo politico locale, schierato contro la riforma costituzionale per cui saremo chiamati a votare tra 22 e 23 marzo. Chiaramente, l’intento è quello di ingrandire il più possibile il fronte di coloro che voteranno No e a supporto delle intenzioni e dell’attività di sensibilizzazione dei presenti, è già stato annunciato un incontro per il prossimo 5 marzo presso il teatro comunale di Gualdo Cattaneo con il prof. di diritto e costituzionalista Mauro Volpi, già coordinatore del medesimo comitato nella città di Perugia.
La serata è stata ricca di interventi, anche di rappresentanti di forze politiche del “campo largo” venuti da comuni vicini, ma non solo, c’era il presidente della sezione ANPI di Bevagna-Gualdo, un rappresentante della CGIL, eppure l’intenzione di questo pezzo non è tanto proporre una nuova variante delle condivisibili argomentazioni sulle ragioni del No; bensì di fare un piccolo passaggio sul fatto che ci sarà un referendum.
La nostra Costituzione, i cui redattori sin dal principio si erano immaginati che con il passare degli anni sarebbe stata avvertita l’esigenza di apportare alcune modifiche, hanno dato prescrizioni ben precise in merito. Poiché siamo all’interno di un sistema legislativo di tipo parlamentare – dove cioè spetta al Parlamento discutere e legiferare su ciò che poi il Governo (potere esecutivo) dovrà andare ad attuare – è proprio all’assemblea dei rappresentanti politici democraticamente eletti che spetta il difficile compito di trovare una proposta di modifica tanto inclusiva e bipartisan da essere approvata a prescindere dalla maggioranza in carica. Tant’è che per essere approvata una riforma costituzionale necessita del sostegno di almeno 2/3 dei parlamentari tanto alla Camera quanto al Senato. Cioè 401 voti favorevoli su 600. Un consenso importante ma non impossibile, come dimostra la storia stessa della nostra Repubblica che dal 1948 ad oggi ha approvato più di una quarantina di leggi di modifica della Costituzione ma che solo a partire dal 2001 ha iniziato a ricorrere ai referendum confermativi. Sia chiaro, questi sono ampiamente previsti quindi pienamente legittimi, tuttavia sollevano un’altra questione: quanto è opportuno che i parlamentari deleghino ai cittadini la responsabilità di prendere simili decisioni? È il sincero desiderio di riconoscere l’importanza della partecipazione o l’espressione di un atto di forza da parte del governo di fronte al Paese?
Il valore che diamo alla democrazia rappresentativa in fondo sta in questa risposta. Governare un Paese è una cosa tanto complessa e impegnativa che non può farsi in maniera diretta, occorrono dei rappresentanti che vengano eletti – perché in un’Italia ideale potremmo votare la persona che più ci piace all’interno dei candidati del nostro collegio elettorale, invece che un simbolo, ma questa è un’altra storia – e che svolgano questo lavoro nell’interesse della collettività. Ovviamente con un occhio di riguardo per la parte che sostengono, ma senza mai dimenticare che Deputati e Senatori, sono Deputati e Senatori della Repubblica Italiana, prima ancora che membri dei partiti. Ed ecco dunque che torniamo al discorso della legge elettorale. Se i “rappresentanti” sono scelti fra le fila dei partiti senza sottoporsi al voto, è chiaro che il loro legame di rappresentanza sia più forte nei confronti delle segreterie di partito che non verso i cittadini. D’altronde sono quelle ad avergli offerto la possibilità di sedere in Parlamento, non la diretta legittimazione popolare, perciò, indeboliti da un simile vincolo di sudditanza, finiscono per portarci tutti alla situazione odierna: il Parlamento è il luogo dove il governo fa approvare la propria linea a suon di Decreti Legge e votazioni di fiducia. A prescindere da chi governi, la polarizzazione dei rappresentanti politici diventa via via sempre più radicale in un contesto simile poiché tanto più sono intransigente, tanto più potrò dimostrare la mia fedeltà al leader e sperare così di tornare a sedere sulla mia tanto citata “poltrona”.
Questo è l’esito che sembra sorgersi a seguito di una legge elettorale che punta alla solidità dei governi propria del maggioritario, senza rinunciare ai confort che il proporzionale offre alle forze politiche. Un parlamento che non può più mettersi d’accordo su questioni trasversali – lo dimostra anche la proposta di legge bilaterale contro la violenza sulle donne cambiata all’ultimo – e quindi, fa leva sulla capacità del governo di fare presa sugli elettori per far approvare riforme cruciali senza volersi sottoporre al sistema di contrappesi imposto dalla necessità di trovare accordi condivisi almeno sulle questioni che riguardano le regole del gioco.
Così facendo però si trasformano in campagne di bandiera delle questioni legali molto delicate come la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura, che è palesemente la priorità in questa riforma, altro che blocco delle carriere dei magistrati , costringendo i cittadini ad esprimersi su questioni che per molti restano inaccessibili almeno in parte. Esponendoli al rischio del fraintendimento, come ai tempi della Brexit, quando molti elettori fidandosi della parte politica da cui si sentivano rappresentati hanno votato senza avere piena consapevolezza delle conseguenze pratiche. E anche oggi il rischio di votare sì in nome di una maggiore sicurezza o del motto “prima gli italiani” – come sembrano millantare i recenti post del Ministro Salvini – per poi ritrovarsi “solo” con una magistratura più influenzata dalla politica è tutt’altro che marginale. Che poi per qualcuno potrebbe anche essere auspicabile e necessario, ma chissà se ci sarebbe stata Mani Pulite sotto la guida di un CSM – che è l’organo di autogoverno della Magistratura – mezzo scelto dal governo e mezzo pescato a casaccio?


