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Il Consiglio dei Ministri ha varato la modifica normativa che cambia le carte in tavola per le elezioni dei primi cittadini nei comuni più piccoli: sarà possibile presentarsi per un terzo mandato in quelle amministrazioni municipali con popolazione sotto i 15.000 abitanti innalzando il limite da due a tre e permettendo sotto i 5.000 abitanti la candidatura e l’eventuale elezione a vita.

Un cambiamento della normativa che coinvolgerà a regime il 90% dei comuni e che nell’immediato scombussola i piani di molte forze politiche. In Umbria alcuni uscenti di peso del centrosinistra verranno probabilmente ricandidati per tentare di fermare l’avanzata della destra che appare inarrestabile; spiccano tra gli altri le possibili candidature di Presciutti a Gualdo Tadino e Landrini a Spello. Qualche cambiamento non è comunque da escludere nemmeno nel centrodestra: la voglia d’incassare l’attuale successo del brand Fratelli D’Italia non fa escludere che il partito di Giorgia Meloni si possa adoperare in qualche defenestrazione di Sindaci “alleati”, onde evitare di rafforzarli troppo, di allungarne la carriera all’infinito e di tenere vive nei territori Lega e Forza Italia che sondaggi alla mano sembrano in difficoltà.

Antonio Decaro sindaco di Bari del Pd festeggia per una richiesta che l’Anci, di cui è Presidente, ha fatto da anni e rilancia chiedendo di mettere mano anche alle limitazioni per i 730 Comuni più grandi, compresa la sua Bari dove con l’attuale legge elettorale non potrebbe ripresentarsi. Calderoli, Ministro degli affari Regionali, rivendica il “coronamento di un’altra storica battaglia della Lega”. Ci sono interessi bipartisan che spesso uniscono le forze politiche di destra e sinistra: la santa alleanza tra sindaci vista per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio si ripropone per “convenienze elettorali”, del resto i primi cittadini uscenti sono spesso favoriti al di la dello schieramento da cui provengono.

Al netto di questo però sembra chiara l’intenzione del legislatore: favorire la continuità amministrativa e porre un argine alla crescente difficoltà a trovare disponibilità per candidarsi al ruolo di primo cittadino nei Municipi. Diga iniziata a costruire con gli aumenti degli stipendi dei politici locali, incrementi che per ora non hanno portato risultati e che quindi fa convergere sulla strategia dell’usato sicuro.

Interessanti osservazioni sulla questione sono state fatte in un recente articolo della rivista “Il Mulino”, pezzo in cui Marco Alberto De Benedetto e Maria De Paola affrontano la questione partendo da un’analisi empirica del tema; se già dal titolo si capisce che per gli autori ci siano “Più contro che pro” l’articolo permette di approcciarci al dibattito senza preconcetti, anche da visioni e punti di partenza opposti.

Nel pezzo ci fanno notare in primis come “estendere il mandato può favorire la continuità nella gestione, consentendo agli amministratori di completare i progetti avviati”, spingendo inoltre la politica ad avere una progettualità ed una visione con un orizzonte temporale più lungo dell’immediato di cui vive oggi. A questo si aggiunge la possibilità di avere politici locali formati e capaci per più tempo alla guida degli enti poiché, il ricambio porta ad un fisiologico periodo di rodaggio.
A questi aspetti sicuramente positivi e non trascurabili vengono poi contrapposte alcune analisi che preoccupano, dalla corruzione “i potenziali corruttori sono più propensi a offrire tangenti quando la finestra temporale per ricevere favori è più ampia e permette opportunità di reiterazione”, alla partecipazione elettorale che diminuisce con l’aumentare dei mandati dei primi cittadini passando per l’incremento dei costi dei lavori pubblici registrato con il crescere degli anni di governo dello stesso sindaco. (Le affermazioni sono il frutto di un analisi fatta nei Comuni sotto i 5.000 abitanti dove il limite di due mandati era già stato allungato a tre alcuni anni fa).

La sensazione forte che si ha leggendo l’articolo e analizzando i fatti è quindi che, per l’ennesima volta si preferisce guardare il dito che indica (mancanza di persone pronte a mettersi in gioco per diventare primi cittadini) e non la luna (generale disaffezione alla vita pubblica da parte dei cittadini).
Una vera discussione andrebbe aperta su come è organizzato oggi lo Stato, partendo da cosa sono diventate le Regioni nel nostro paese, un groviglio di potere e interessi locali o un pezzo della Nazione? Dovremmo chiederci se effettivamente il federalismo, che con l’autonomia differenziata si concretizzerà con la nascita di tanti piccoli stati a dimensione regionale, sia la risposta alle sfide globali che il futuro ci impone di affrontare. Dovremmo domandarci se contrapporre il premier forte, la donna o l’uomo “solo al comando”, allo spappolamento dello Stato messo in atto possa essere la soluzione più adatta.

Anche il tema Autonomie Locali e quindi Comuni, Province, Città Metropolitane andrebbe preso sul serio, in maniera complessiva e non con la proposta di semplici ed effimere fusioni a freddo di qualche territorio qua e là come tentato in passato.
Siamo certi che le spinte autonomiste ed “esecutivo centriche” che hanno caratterizzato l’evoluzione legislativa degli ultimi anni a partire dall’elezione diretta dei Sindaci e lo svuotamento del ruolo dei Consigli Comunali, la legge Bassanini e la modifica del titolo V della Costituzione, il federalismo fiscale stiano concretamente portando più indipendenza ai territori?

La libertà di facciata dei territori deve fare i conti con la realtà di vincoli economici finanziari e amministrativi sempre più stringenti, con il mercato che in pratica si sostituisce allo Stato ad ogni livello e che crea disuguaglianze, rendendo impossibile specialmente nei luoghi più poveri l’erogazione di servizi, l’effettuazione di manutenzioni, la gestione del territorio e la creazione delle condizioni per uno sviluppo economico sostenibile ed equo. Destinando i luoghi marginali, gli sconfitti della globalizzazione e della “convenienza economica” all’ineluttabilità dello spopolamento.

Se a ciò aggiungiamo che la classe politica è la stessa da decenni facendo a volte da tappo a sprazzi d’innovazione e che, quando si avvicinano le elezioni invece di progettare il futuro è intenta a cercare equilibrismi e trasformismi per poter affermare da dietro le quinte di aver vinto, ecco che il futuro appare quantomeno plumbeo al di la di quanti mandati consecutivi potranno fare i nostri Sindaci.

Alessandro Placidi

Alessandro Placidi

Lavoro nella Pubblica Amministrazione come istruttore contabile dopo aver fatto per anni l'operaio metalmeccanico. Sono attivista sindacale della CGIL, amo fare sport all'aria aperta e viaggiare zaino in spalla; m'interessa la politica nazionale e locale. Non possiamo fare a meno di giudicare l'oggi per costruire il futuro: analizzare i fatti che accadono sotto casa nostra per inserirli nel contesto del mondo in cui viviamo può aiutarci a creare, anche in un "territorio disperso" come il nostro, una coscienza comune per costruire un mondo con meno disuguaglianze, razzismo, inquinamento e sfruttamento.

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